ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA   
regie Massimo Costabile                                                       

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L'ULTIMA CHANCE (1985)

La Repubblica (24/04/1986)
NOI, PRIGIONIERI DEL TEMPO LIBERO
"... Con l'accompagnamento di musiche ripetitive e brani di conversazioni beckettiani, nastri registrati, dialoghi al magnetofono, cuffie ad alto volume, " i giocatori", con l'Ultima Chance tentano il rilancio di sensibilità perdute. Lo spettacolo con il suo diligente repertorio di enigmi e di indecifrabili incubi un pò magrittiani ci torna a proporre il tema dell'Assurdo in confezione ludica: un calvario di gesti mancati, lanci senza risposta, partite senza avversari, solitudini metropolitane. Dalla prigione del Tempo Libero non si esce." (Nico Garrone)

Corriere della sera (26/04/1986)
VITA ALLA MOVIOLA
"...'Ma a che serve scoraggiarsi proprio adesso, bisognava pensarci molti secoli fa, verso il 1900', commenta una voce, ad indicare una dilatazione del tempo e, assieme, una sua immobile continuità, nell'identità tra oggi e domani. Così, tra frasi che rendono il disagio esistenziale e un andar di corsa, ecco comparire, come momenti della memoria,un inizio secolo da copertina di giornale illustrato: un uomo con la bici, una donna con ombrellino rosa, etc..., e, più avanti, altri accenni al gioco, dai dadi al golf. Il mondo di ieri arriva lento, con movimenti ripetuti anch'essi, ma al rallentatore..." (P.P.)

Il Soldo (18/05/1985)
INCONTRAZIONE '85
"...Antonante e Costabile, registi e ideatori, dello spettacolo ci hannop offerto un esempio di Teatro Immagine che trova in Bob Wilson il padre di questo genere.Lo spettacolo si fa apprezzare per alcune immagini interessanti come quelle nevrotiche-schizzoidi della società odierna contrapposte a quelle pacate-tranquille dei tempi passati..." (Gigi Giacobbe)

La Sicilia (20/05/1986)
COMUNICARE COL GESTO
"...La rappresentazione è di un raro rigore formale e preziosa nella sua funzionalità e linearità .... rileviamo la bellezza di alcuni frammenti, nonchè l'osservazione della musica che fa da supporto all'azione dando a quest'ultima una dimensione che sta tra l'onirico e il mostruoso con effetti di straniante livore; e lodiamo l'impegno dei tre protagonisti in una performance piena di insidie formali e finanche materiali..." (Domenico Danzuso)

L'ORA (15/05/1986)
LA MEMORIA A PEZZI
"...I tre personaggi entrano in scena a braccia conserte,con le mani in tasca,lentamente,con il ritmo tipico di una sequenza cinematografica vista al rallentatore.I tre hanno un destino,un triste destino,aggirarsi per la scena senza incontrarsi mai,senza nemmeno sfiorarsi,mentre la loro unica "chance" sembra essere quella del gioco,un gioco continuo,estenuante,a tratti disperato,un gioco che i tre consumano in perfetta solitudine...memoria:nell'assordante rumore di un vetro che si stacca da una gigantesca fotografia di scena.Che sia quello il momento,apparentemente sospirato,del "rien ne va plus"? (Francesca Taormina)

Carlino Reggio (22/04/1986)
POCO IL PUBBLICO PER I BRAVI RAT
"...Un'ora di ritmi alternativamente frenetici e pacati in un alienante mondo quotidiano. Le immagini di oggi e di ieri si alternano in un gioco ad incastro che scandisce il ritmo dello spettacolo. Un gioco anche crudele che non ammette una vitale presenza dell'uomo:l'uomo non parla e le poche parole che sentiamo sono deformate dal registratore o dal microfono. L'ultima,anzi "l'ultimissima chance" è nella capacità di ritrovare le fantasie dell'infanzia."

Il Giornale di Sicilia (16/05/1986)
INCONTRAZIONE.DI SCENA GRUPPI DI BOLOGNA E COSENZA
"...Olocausto e millenarismo anche nell'Ultima Chance del Centro R.A.T. di Cosenza. Antonante e Costabile, in scena insieme ad Antonella Carbone, affascinati dai "miti della caduta", hanno colto i segni del tracollo, preannunciati dai ritmi mozzafiato delle nostre giornate, dal non-senso dell'esistenza consumistica. Anche il tempo libero, chimera delle città industrializzate, è lo specchio e il contraltare assurdo, del "TEMPO IMPIEGATO" a far girare i vuoti meccanismi. Lo "stile di vita" è raccontato all'interno di una stanza dei giochi- torture dove ai meccanismi comportamentali si sono andati contrapponendo i "quadri antichi" della nostra buona coscienza..." (Giosuè Calaciura)

La Gazzetta del Sud (05/04/1986)
ACUTA NOSTALGIA PER ANTICHE FAVOLE
"... La performance punta tutto sull'ossessività cinetica e visiva del gioco in sè, con i tre attori impegnati su percorsi "ludici" paralleli e ripetitivi, che non entrano quasi mai in correlazione. Alla violenza del gioco per il gioco corrisponde la sospensione di memoria in cui è lecito accompagnare pigramente biciclette, giocare a golf, andare a caccia di farfalle, mentre cavallucci di legno girano sulla giostra e un trenino luminoso percorre lentamente una invisibile rotaia, in alto, nel buio. Che ci porti un Godot..." (P.B.)

Espresso Sera (02/05/1986)
COME ERAMO BRAVI CON L'AVANGUARDIA
"... L'ultima Chance usa con abilità molte risorse multimediali per creare un clima da teatro dell'assurdo. La desolante riflessione sull'incomunicabilità sfrutta, infatti, la colonna musicale,gli effetti sonori, i giochi di luce, per un serie di sequenze cinematografiche che si alternano a simboliche esibizioni gestuali e mimiche, col raro intervento delle voci, anche fuori campo in playback..." (Gaetano Caponetto)

Il Gazzettino di Padova (23/03/1986)
L'ISOLAMENTO DELL'UOMO IN UN'ULTIMA CHANCE CHE SFOCIA NEL GIOCO
"... Un universo chiuso all'interno del quale si consuma una gestualità frenetica e solitaria, fatta di un presente che isola e ostacola la comunicazione e di un passato che ritorna come infanzia e ricordo. Antonante e Costabile bandiscono quasi integralmente la parola (riaffiora solo a tratti amplificata dai microfoni o registrata) e puntano tutto sul gesto, attento alla costruzione dell'immagine, in un "montaggio" che assomma alle inquietudini del quotidiano, la trasognata distanza della memoria..." (M.G.B)

Oggi Sud (20.04.1986)
"... L'unica salvezza, L'ULTIMA CHANCE, è il gioco, l'ultimo rifugio irreale del grigiore quotidiano; ma l'inutilità e l'angoscia del gioco stesso hanno il sopravvento, anche se la ragione rifiuta di arrendersi, e l'ultima possibilità viene giocata, l'ultimo lancio viene tentato e il vetro del labirinto si spacca. Antonante e Costabile hanno costruito uno spettacolo e significativo dove tutto èindispensabile, dalla scenografia (grigia) curata da Dora Ricca, alle musiche spesso ossessive che scandiscono le varie azioni del tempo..." (Salvatore Caracciolo)

Secolo D'Italia (29,04,1986)
SOLI NEL LABIRINTO DELL'INCOMUNICABILITA'
"... L'ultima Chanche che pu~ essere considerata la più recente produzione ispirata al teatro dell'Assurdo , affronta il complesso tema della solitudine. In scena tre personaggi isolati l'uno dall'altro occupati "involontariamente" ad inseguire senza pause il loro tempo presente e passato, incastrati nel labirinto del non senso e dell'inutile. la propria grigia avventura, condannati comunque a correre, correreesenza mai fermarsi, incatenati in una girandola di balletti senza sosta e senza meta, intenti a giocare con i dadi dell'esistenza in cui inevitabilmente e forse anche fatalmente rimarranno sconfitti..." (Nicola Caspito)

Gazzetta del Sud (12.04.1986)
L'AMBIGUITA' DEL QUOTIDIANO CON PERSONAGGI CONDIZIONATI
"... Correre, instancabilmente, senza mai un attimo di sosta. Salire, arrampicarsi, ma con la sommità da raggiungere sempre in alto, lontana. Volere a tutti i costi, cercare per ogni dove: tutti, nello stesso tempo e più o meno allo stesso modo, ma ciascuno per proprio conto ed in antitesi ad ogni altro... Muoversi, rendere, andare avanti come un ingranaggio senz'anima senza possibilità di bloccarlo o distruggerlo se non con la morte: è il "sacrificio" di cui è vittima l'uomo d'oggi ed è anche, fra tante possibili, la chiave di lettura più accettabile, immediata e spontanea dell'ULTIMA CHANCE..." (Antonio Garro)

Il Tempo (26.04.1986)
DUE UOMINI E UNA DONNA PER GIOCO
"... In scena due uomini e una donna ed alcuni oggetti (una cabina di vetro, una gabbia, una scala da esercizi ginnici) ai quali i personaggi sono come ancorati. Corrono, saltano, ripetono affannosamente all'infinito gli stessi gesti, simulando il frenetico "iter" dell'uomo moderno, condannato all'isolamento e all'infelicità. Nel coacervo di immagini quelle che tornano con maggiore insistenza sono legate al gioco, inteso evidentemente come unica possibilità di alternativa all'alienazione dell'uomo di oggi..." (FR.BON)

Il Gazzettino di Verona (09/03/1986)
E' PROPRIO L'ULTIMA CHANCE
"... Questo spettacolo, che si ispira in modo, vivace e intelligente, al teatro dell'Assurdo, si presenta come una successione ad incastro di immagini poetiche, dove l'azione vive in rapporto continuo tra la visione reale e l'immaginario, tra il presente e il passato. I personaggi di questo stralcio di vita solitudinaria riescono ad affrontare il loro vivere quotidiano ritornando, per brevi attimi, bambini: si va a caccia di farfalle, si gioca a biliardino, ma non si riesce a trovare la chiave per comunicarte, per abbattere la barriere che dividono gli uomini. In uno spazio, forse un p¥ compresso, gli attori hanno saputo catturare un'interpretazione veramente suggestiva..." (E.C.)

L'arena di Verona (14/03/1986)
UNA CHANCE FORSE L'ULTIMA
"...In uno spazio occupato da oggetti a noi familiari,ma al tempo stesso inusuali per un ambiente scenografico,come un flipper,una porta girevole,una scala,delle "veneziane",si susseguono le azioni dei tre bravi protagonisti.Sulla scia di una colonna sonora piacevolissima,i tre corrono,si muovono,salgono,e scendono ritmati dalla stessa frenesia che incalza l'uomo moderno... Antonello Antonante e Massimo Costabile hanno ideato uno spettacolo accattivante, prezioso, didattico. (Claudio Capitini)

ANGELI IN DELIRIO (1986)

Gazzettino del Crati (30/11/1986)
L'AMORE PERDUTO
"...Vagamente echeggiante l'"Amour Braque" di Zulawski,il nuovo spettacolo del Centro RAT sancisce il completamento di una svolta che,maturata negli ultimi anni,dopo alcune incertezze,colloca definitivamente questo gruppo nel magma fascinoso della sperimentazione... Lo sviluppo delle azioni è su due livelli:un primo di teatro-danza,un secondo di recitazione,con tre attori.Lui e lei, non riescono,nel caos dei rumori,interposizioni,distrazioni,equivoci a materializzare il loro amore. (Angelo Fasano)

Trovotutto (16-22/04/1987)
NEL CAOS CITTADINO O NEL SILENZIO DEL DESERTO LA STORIA DELLA CONTINUA RICERCA AI MARGINI DELLA INCOMUNICABILITA'
"...Incomunicabilità messa in opera, nel susseguirsi di una continua ricerca dei due protagonisti affiancati da un emblematico terzo personaggio:brevi incontri che spaziano dal reale all'onirico,dalla pura recitazione teatrale alla danza. Le azioni dei due, cos'ì apparentemente avulse le une dalle altre,sono abilmente portate sulla scena:uno spazio teatrale diviso in due ambienti di recitazione in cui lo stesso telefono collocato nel deserto o la emblematica clessidra,acuiscono i toni della incomunicabilità,elevando fra i personaggi stessi un muro insopportabile..."

Gazzetta del Sud (13/11/1986)
SE NON C'E' COMUNICABILITA' GLI ANGELI VANNO IN DELIRIO
"...E' un campo d'azione non nuovo per Massimo Costabile lo scandagliare fra le pieghe(o,meglio,le piaghe) di questo multiforme male dell'essere moderno:l'incomunicabilità. In "Angeli in delirio" ad essere focalizzata è una forma,diciamo,meno deprimente del male, più "dinamica":quella caratterizzata dal desiderio (represso), dall'anelito di contatto, di dialogo, di un incontro che è sempre possibile. Affidata in gran parte alla gestualità, la "storia" viene fuori attraverso immagini e sequenze che,mescolano il reale e l'immaginario, scomponendo e ricomponendo alla rinfusa spazio e tempo,si intersecano,si annullano,si sovrappongono,si ridelineano nel pieno rispetto di quelli che sono i canoni del nuovo modo di fare teatro..." (Antonio Garro)

 

RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO (1988)

L'unità ( 04/03/1989)
WOYZECK UCCIDE IN CALABRIA

"... le citazioni esplicite dall'incompiuto quanto geniale dramma dell'autore tedesco si limitano a poche battute, accentrate nell'estremo colloquio fra Maria e Franz, quando lo sventurato protagonista è sul punto di uccidere l'amante traditrice: episodio qui visualizzato più volte, anche se il gesto omicida rimane sempre come sospeso a mezzo, immagine d'incubo più che evento materiale. E come in un sogno angoscioso.... L'insieme è di un'eleganza notevole." (Aggeo Savioli)

La Repubblica (07/03/1989)
WOYZECK CON IL TRENCH. Dentro il bosco un "blow up" teatrale.
"Ricostruzione di un delitto, sorta di istruttoria clinica e visionaria delle pulsioni che inducono Woyzeck ad uccidere la compagna, è il condensarsi lento di un'estasi nera, un lavoro di frammenti e di immagini che Massimo Costabile ha tratto da Buchner per plasmare una serie di quadri scenici. Quello a cui si assiste è una radiografia di sensi riposti, di consapevolezze lancinanti..." (Rodolfo Giammarco)

Corriere dela Sera (04/03/1989)
FOGLIE E ACQUA COPRONO WOYZECK
Costabile propone una sua favola drammatica, nelmorbido grembo di un bosco con riferimenti psicoanalitici e un'atmosfera tra il decadente e il liberty. Rimangono alcune grida, singulti spezzettati d'ascendenza buchneriana, ma la forma è poi divertsa, stilizzata con risvolti dolci e malinconici..." (Paolo Petroni)

Il Piccolisssimo   (7/07/1988)
RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO
"...Un vero e proprio gioco ad incastri multipli. Una "ricostruzione" dal vivo, cioè dal di dentro, e senza "anestesia". Una storia ripercorsa nel disperato tentativo di trovare quel bandolo che non c'è. L'amore come metafora impossibile da decifrare. Urlato e negato. Coinvolto nel gioco perfido delle scatole cinesi dei desideri, delle passioni, delle paure. E' il delitto come "fine". Appuntamento ultimo ed inesorabile...." (E. C.)

Paese Sera (13/05/1989)
RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO OVVERO LA CRISI DI UNA COPPIA
"...il delitto, momento carismatico della messa in scena, è rappresentato attraverso dei flashback che, analizzando, scandagliando e ricostruendo l'azione, danno la possibilità di immaginare la dinamica dei fatti, pur non mostrandola nella sua interezza. Così il gioco psicologico viene fuori nella sua tortuosità, seguendo la migliore tradizione nera di certa narrativa. Inoltre, l'avvalersi di una tecnica cinematografica per la rappresentazione, colloca il Centro R.A.T. nei nuovi moduli di sperimentazione teatrale, in una ricerca di comunicazione spettacolare che punta sulla suggestione dell'immagine, filtrandola attraverso la sostanza del teatro..." (D.M.)

Gazzettino del Crati   (30/07/1988)
L'AUTUNNO TRISTE DEL CUORE IMPAZZITO
"...La regia di Massimo Costabile si fa apprezzare per la delicatezza di alcune soluzioni sceniche. Il pedale che usa è quello del rendere le cose in modo sommesso, appena accennato: questo comporta una stilizzazione sia scenica che recitativa che è una delle cose più belle dello spettacolo.Come nell'arte giapponese, qui tutto è ridotto all'essenziale...Un'atmosfera lenta, calma ma gravida di fermenti e tensioni che ci ha subito convinto: un'atmosfera e un "clima" da favola giapponese, da teatro NO, da film di Tarkovskij, così vagamente autunnale: un autunno spirituale, della nostra interiorità offesa nel cercare l'altro e nel trovare solo la proiezione di noi stessi, uno specchio d'acqua infranto dalle nostre lacrime colpevoli" (Angelo Fasano)

Il Centro - Quotidiano dell'abruzzo  (27 /02/1989)
ELEGANTE "RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO" AL FLORIAN
"...un lavoro in cui il linguaggio del teatro classico e el teatro di ricerca si mescolano e danno vita ad una rappresentazione dai toni poetici e drammaticamente intensi. Un'operazione che punta ad interiorizzare la vicenda per scavare nella psicologia dei personaggiUno spettacolo coinvolgente, esaltato dalla bravura degli interpreti..." (Jolanda Ferrara)

La Gazzetta del Mezzogiorno    (14/03/1989)
L'URLO MUTO DELL'UOMO IN UN DELITTO RIVISITATO

...Davanti ad un velo d'acqua gocciolante e frusciante (pioggia o liquido amniotico o valico trasparente) si succedono i frammenti visivi e verbali di Ricostruzione di un Delitto. In questa "Rivisitazione", l'elemento dell'uccisione è l'unico che viene trattato drammaturgicamente, e poi replicato, amplificato, rispecchiato, interiorizzato nel continuo proporsi dei due personaggi per svilupparsi poi in momenti visivi di fredda suggestione...." (Pasquale Bellini)

Il Giornale di Sicilia    (07 /05/1989)
WOYZECK E MARIA LAMPI DI MEMORIA PER UN DELIRIO A DUE
"...Al buio si riesce a percepire solo lo sciacquio insistente. Forse la pioggia, o forse un ruscello che scende in mille rivoli lungo la parete. Lo spazio è un luogo agreste tto violento. Narrata con suggestione, fra mille rivoli d'acqua e foglie secche disseminate sul palco, la storia è quella di due amanti, la cui fine tragica viene lentamente ricostruita.... Simbolico e suggestivo, ma sempre contenuto e lucidamente razionale, è uno di quegli spettacoli che vanno visti..." (C.F.)

Unione Sarda (02 /04/1989)
SE VA IN SCENA UN DELITTO...

"... Uccidere e morire di sete d'amore. Da uomo a inesausto rapace disalato, ridotto a barcollare sull'unico ponte che la vita gli tende. Con gli occhi piantati sull'abisso, sbarrati sul corpo di lei. Ucciderla per essere vivo e libero nella trappola dello "zero cosmico".... Lo spettacolo si manifesta sulla scena come un inquietante connubio di pulsione emotive ed esistenziali. Un gioco al massacro dei sentimenti che la regia ha proiettato sul palcoscenico in modo fin troppo essenziale..." (Robero Casu)

La Nuova Sardegna   (02 /04/1989)
FOGLIE SECCHE PER WOYZECK
"...Lui sa già che deve uccidere, lei, che dovrà essere uccisa: così la natura si compie. Non si può sfuggirle. Dal Woyzeck di Buchner, Costabile trae questo elemento di ineluttabilità per tracciare le suggestioni visive di Ricostruzione di un Delitto, che rivendica una propria originalità al di là dei riferimenti. Non è infatti una messinscena del Woyzeck nè propriamente una rilettura, anche se conserva alcune battute dell'opera buchneriana a guidare l'azione..." (R.S.)

Tribuna Sud Italia (Agosto 1988)
I PERCORSI DELITTUOSI DEL CENTRO R.A.T.
"... lo spettacolo, estremamente castigato, lascia intuire, con eleganza, le scene cruente, mentre si sofferma con volute dilatazioni temporali sugli stati d'animo, sui percorsi mentali, dei personaggi, che vengono ripercorsi e scandagliati più volte e partendo da momenti sempre diversi della storia, con le tecniche del montaggio cinematografico e del flashback..." (F. D.)

Gazzetta del Sud (30/04/1989)
RICOSTRUZIONE DI UN DELITTO SULLE TRACCE DI WOYZECK
"...nessuna inchiesta poliziesca, in scena, bensì un'indagine sul fatto di sangue, in senso psicologico. Lo spettacolo infatti scandaglia tra gli stati d'animo in presenza dei quali esso matura: soprattutto la paura, l'angoscia, il dilemma interiore che l'esecutore del delitto e la vittima hanno in comune ..." (Antonio Garro)

Rovoc Armehuu
STAGIONE TEATRALE IN ARMENIA

Uno spettacolo bello ma nello stesso tempo crudele. Il dramma di Woyzeck viene interpretato liberamente, liberandolo dagli elementi sociali, lasciando solo la tragedia personale di Woyzeck e Maria. Il regista ha cercato di creare una simbiosi tra parola e movimento plastico.

E LA TERRA GRAFFIO’ LA LUNA (1990)

Tribuna Sud Italia (Aprile 1990)
E LA TERRA GRAFFIO' LA LUNA
"...secondo spettacolo della coppia Costabile-Dionesalvi che si indirizza verso un teatro di poesia,pur tenendo conto delle sollecitazioni del teatro d'avangardia e anche quelle del teatro classico. L'intreccio è esile e si incentra, per lo più, sui problemi di una donna alle prese con un difficile tentativo di maternità. Apprezzabili le atmosfere, la tensione drammatica che se ne sprigiona, l'eleganza del testo e la semplice immediatezza della scena, quell'aria allo stesso tempo incantata e angosciata che viene fuori nei momenti migliori dello spettacolo..." (Raffaele De Luca)

Il Giornale di Calabria (08 /03/1990)
BUON SUCCESSO DI PUBBLICO PER "E LA TERRA GRAFFIO' LA LUNA"
"... In scena Yerma (Antonella Carbone) dall'inizio alla fine.Il suo è un monologo senza posa, che ha un'intensa drammaticità e rari momenti di riflessione. Gli altri personaggi intervengono soprattutto a disseminare di voci interiori ed esteriori un percorso che resta essenzialmente di lei.Un percorso attraverso il dramma di una maternità fortemente voluta e mancata,impossibile, che, nella versione di Costabile e Dionesalvi, diviene simbolo di una globale impossibilità a generare e a rigenerarsi, di un tempo storico, di una generazione..."


Il Centro - Quotidiano d'Abruzzo (09/04/1990)
SOLTANTO DISPERAZIONE DOPO LA DURA LOTTA
"...Nella simbologia drammaturgica risolta da Costabile, la scena incarna la luna, che è indivisibile attraverso la sua controfigura di carne che è la terra. Yerma (la bravissima Antonella Carbone) lotta, si contorce, ma "partorisce" solo disperazione. "Meglio maledetta che dimenticata" grida al suo compagno Juan, altro estremo di un rapporto di coppia ormai inaridito dall'incomunicabilità....(Jolanda Ferrara)

L'Ora  (13/05/1990)
YERMA MADRE DEL SUO DESTINO
"...Del dramma di Lorca si ritrova nello spettacolo l'ossessione della protagonista, il suo percorso psicologico, che gli autori hanno immaginato a spirale .Nè la trama, nè l'ambientazione interessano più .Piuttosto è il senso ultimo dell'opera di Lorca che gli autori intendono sottolineare. Il conflitto tra necessità ed impossibilità che progressivamente diventa follia..." (Roberto Giambrone)

Gazzettino del Crati  (28/02/1990)
VERSO UNA NUOVA PAROLA
"...La collaborazione fra Costabile e Dionesalvi è del tutto coerente e nasce da una necessità forte, far si che la ricerca sulla parola sia svolta con una radicalità esemplare come pure quella tematica sull'incomunicabilità nel mondo contemporaneo che qui diventa originariamente impossibilità di creare... C'è da dire però che nel testo si avverte una poeticità a volte troppo carica, ridondante, che, purtroppo, contrasta con l'essenzialità elegante della regia e delle soluzioni sceniche e musicali, costringendo Antonella Carbone ad un grande sforzo nel dominare il testo, condotto però intelligentemente sul pedale del tragico e del pathos, cercando, cioè, di farne risaltare le caratteristiche intrinseche..." (Angelo Fasano)

La Sila  (Febbraio 1990)
LA LUNARE CLASSICITA' DI UNA TERRENA YERMA
"...Notiamo in quest'ultimo allestimento del Centro R.A.T. alcune varianti rispetto ai precedenti lavori. Anzitutto, un arricchimento del dialogo e della componente poetica in esso insita. C'è nella fattispecie, un superamento della mancata maternità di Yerma, interpretata da una convincente Antonella Carbone, meno corporea che nel precedente lavoro tratto dal Woyzeck di Buchner, addirittura più "greca" che ispanica nel suo viaggio nella coscienza che si attua tramite i tre momenti della speranza, dell'azione e della disillusa ragione..." (Amedeo Furfaro)

L'Ora (22 /05/1990)
YERMA, UNA DONNA STERILE
"...Massimo Costabile e Franco Dionesalvi hanno fatto un lavoro di sottrazione del testo di G. Lorca togliendo trama e dialogo per una drammaturgia del personaggio che aspira al rito di se stesso. Così Yerma -Carbone è permanentemente in scena in un paesaggio della memoria onirica dove tronchi-totem e tagli orizzontali di luce legano in scena per un teatro dell'arcano femminile. Il titolo "E la terra graffiò la luna" sembra promettere ferite di sogno, disperate proiezioni d'identità verso l'alto, ovvero in direzione del fuoco come fosse la tendenza intima di una poesia di desiderio e di morte, di una fiamma che alla fine si spezza sempre...." (Lina Prosa)

CANI RANDAGI (1992)

Sipario   (ottobre 1993)
CANI RANDAGI
Testo da collocare fra i buoni esempi di "teatro di poesia", al quale i due autori sembrano particolarmente versati (dopo le analoghe operazioni sul Woyzeck di Buchner e Yerma di F.G.Lorca ) basato su un linguaggio aperto ad ogni lettura pur in presenza di situazioni drammaticamente intense..
"...La vicenda diventa una specie di giallo ... rovesciato, con addirittura tre rei confessi dello stesso omicidio: un bandito, una donna e il marito di costei tutti in primo piano quando ricostruiscono il delitto di cui sarebbero i protagonisti e lasciati, viceversa nell'ombra allorchè la prostituta, o il drogato, o il barbone ( i "testimoni" ) avviano il rispettivo racconto. La verità non verrà fuori giacchè le evocazioni di costoro - si scopre - sono soltanto un diversivo, un espediente per far scorrere le ore vuote e allucinate della notte, un modo per sentirsi ancora vivi....."(Antonio Garro)

Tribuna Sud Italia (luglio 1992)
I "CANI RANDAGI" SOTTO IL SOLE NERO
"...In Cani R andagi si agita una moltitudine di doppi, calati in un ambiente che guarda, con molta precisione, alla linea Dante-Baudelaire-Genet e si dispone con agio nel suo solco. E il doppio agita con furore questa rappresentazione. Il testo vede sovrapporsi perfettamente due mondi : quello dove avviene il factum e l'altro in cui, coreuticamente, lo si commenta . In questo senso mi sembra utile sottolineare il notevole senso del ritmo della compagnia attoriale e il puntuale lavoro di regia, nel collegamento di momenti scenicamente così differenti ..."

Oggi Famiglia    (maggio 1992)
SPORCHI, BRUTTI E... TEATRALI
"..Cani Randagi è pièce che contraddice esemplarmente alle tre unità aristoteliche dell'unità di tempo, azione e luogo in quanto si fonda su una palese scomposizione sia sul piano spazio-temporale che su quella sequenziale della sceneggiatura. Attraverso numerose ritorsioni della memoria si raggrumano sul cadavere di un uomo, "verità relative", che richiamano più Pirandello che il giappone dei Samurai.... Lo spettacolo risulta illuminato ed illuminante, pur nel catacombale ed oscuro evolversi della trama, divisa nelle varie versioni dell'assassinio, inconciliabili e trine ma une, anzi una sul piano più squisitamente teatrale."

Giornale di Sicilia   (03/04/93)
CHE IMPORTA DELL'ASSASSINO SE NESSUNO , SULLA SCENA, RIESCE A TROVARE LA VERITA '
"...L'ucciso, la moglie, il bandito e i tre che raccontano la vicenda, la prostituta, il barbone, il drogato sono degli emarginati. Rappresentano un " Finale di partita " epocale nel quale ai filosofemi e alle "cerebralità " del teatro borghese si sono sostituite le allucinate e frammentarie riflessioni dei reietti che non hanno più parole tranne che i disarticolati suoni dei loro istinti e la teatralità della loro vuota esistenza.....Emerge la congruente installazione scenica che nell'inquietante atmosfera scenica creata dalle luci, consente agli attori di eseguire le sequenze dell'azione rilevando psicologicamente i personaggi nei loro differenti ritmi gestuali e fonici ben sintonizzati con la controllata recitazione che sa smussare certe truculenze verbali del testo e intervallare, nei misteriosi silenzi musicali, la visionarietà luministica di notevole espressività. " (Piero Longo)

Calabria Fuori Campo   (03/04/93)
STORIE DI DEGRADO METROPOLITANO
"...Cani Randagi trasferisce l'azione in un contesto diverso da quello di Akutagawa, quello metropolitano dei giorni nostri o anche dopo, in un universo popolato di varia umanità, ma che ha nel disagio, nell'emarginazione, nel non sapere dove andare, il suo denominatore comune.... Facendo leva sulle psicologie dei personaggi e riprendendo il tema della verità relativa, tanto caro a Pirandello, il testo di Dionesalvi e il progetto di Costabile diventano parti di un'operazione ambiziosa sì, ma alla fine riuscita, di trasposizione scenica della novella e del film giapponese. A far funzionare lo spettacolo concorrono l'attenta regia dello stesso Costabile e il manipolo di giovani attori...."( G.D.D.)

La Gazzetta del Mezzogiorno    (22/03/93)
DISCESA AGLI INFERI DA FINE MILLENNIO
"...Lo spettacolo è impostato da un lato come un'installazione scenico-visiva di forte impatto materico, dall'altro come cupa "discesa agli inferi" per una condizione umana di fine millennio, la cui campionatura simbolica-convenzionale viene esibita in tutta la sua esteriore fisicità. Tra le parti scure di una realtà sotterranea di ordinaria emarginazione metropolitana si agitano larve fin troppo riconoscibili, parlanti il loro furente linguaggio di violenza: alcolizzati, drogati, prostitute con autonome schegge di gestualità e con vissuti individuali fortemente esibiti, rapporti di dialogo frammentati, tentativi di sublimazione che il lirismo "al nero" del testo coniuga, nella regia di Massimo Costabile, a trame ora accellerate spasmodicamente, ora rallentate in inerzie microgestuali. (Pasquale Bellini)

LA LEZIONE (1992)

La Gazzetta del Sud  (29 gennaio 1992)
LA VIOLENZA DELLE PAROLE RACCONTATA DA IONESCO
... complessivamente gradevole la prova offerta da Lindo Nudo, nel ruolo del professore, spigliata l'interpretazione della vittima esibita da Antonella Carbone,convincente,appieno, il maggiordomo che il regista Costabile ha ritagliato e cucito su misura per sé...

QuiGiovani (5 febbraio 1992)
PRIME TEATRO :" LA LEZIONE" CON IL CENTRO R.A.T.
PREZIOSISMI

"...la delicata e accorta mess'inscena del centro R.A.T. rispetta le esigenze di fondo del testo, mettendone in evidenza, con una lettura mirata, alcune sfaccettature. L'ambientazione fa riferimento ad alcune suggestioni che il nostro immaginario collega ormai al cinema francese. Con un preziosismo birichino : la caratteristica dei personaggi, grazie ai costumi e alla gestualità, in forma poeticamente animale .Così il professore è un pipistrello, l'allieva un uccellino, e il maggiordomo un pinguino.

EDIPO (1992)

Sipario (Luglio/Agosto 1993)
EDIPO
"...nell'adattamento di Costabile, l'attenzione del pubblico viene fatta concentrare sulla solitudine dell'uomo di fronte all'atroce destino e nella vana ricerca di svincolarsene quando sempre meglio sui delineano i contorni del suo dramma...
L'investigatore attraverso i suoi stringenti interrogatori dipana sospetti, supera incertezze, abbatte falsi indizi e infine trova l'insospettabile autore del delittoÊ: l'allestimento costituisce un approccio inconsueto con il responsabile del la maledizione abbattutasi su Tebe, il quale una volta cosciente dell'abisso in cui ? precipitato e di fronte al suicidio della propria consorte-madre si acceca per non vedere le conseguenze degli obbrobri di cui ? stato inconsapevole protagonista..."

La Gazzetta del Sud (18 novembre 1992)
EDIPO ASCIUGATO SEMPRE PIU' ATTUALE
"...la nuova produzione del Centro RAT,un adattamento dell' "Edipo Re" basato su una riduzione del testo di Sofocle tanto a livello di scrittura (peraltro attualizzato, utilizzando il nostro linguaggio contemporaneo) che di azione (le oltre venti figure che affollano la tragedia greca sono diventate cinque, il cui raccontare tira in ballo ruoli e gesta degli... assenti...) conoscenza a tutti i costi che porterà Edipo alla perdizione una volta di fronte alla triste realtà... Apprezzato dal folto pubblico della "prima ", lo spettacolo ha i numeri per essere di particolare ausilio e gradimento per il pubblico studentesco."

Tribuna Sud Italia ( Marzo 1993)
IL RITORNO DI EDIPO
"...Il lavoro usa il linguaggio di Sofocle in una riduzione che ne trae i passi essenziali e ne riduce le parti, ma non per questo ne fa perdere, anzi ne conserva, l'intensità drammatica e la consequenzialità logico-narrativa. In un disegno delle scene essenziale ma suggestivo, quasi da recital, i protagonisti evidenziano in dialoghi serrati i temi principali della tragedia greca, la lotta dell'uomo contro il suo destino, l'inganno della conoscenza, l'incombenza delle leggi della natura e della tribù, l'indiscindibilità di eros e thanatos... Costabile conferma le doti di pulizia, concentrazione, percezione lirica ed essenzialità che ne conosciamo e che ne costituiscono i tratti determinanti, valga per tutto la scena finale in cui, con semplice perentorietà, la dimensione di thanatos si erge a messaggio all'umana progenie..."

MALEDETTA  1996

Iniziativa (maggio 1996)
MALEDETTA
"...Un grido d'accusa, che, attraverso tempo e e spazio, giunto fino a noi, nella nostra storia, nel nostro "oggi". Bisogna dire che non sono molti gli spettacoli teatrali che, oltra a piacerci, ci coinvolgono emotivamente, fanno vibrare nel più profondo il nostro essere, in una parola "ci emozionano".
...Bravissima la protagonista, Antonella Carbone, che con una recitazione intensa, ricca di pathos, ha saputo rendere tangibile la tragicità che ispira il lavoro. Ha urlato la sua rabbia, la sua accusa contro oppressori e persecutori, e la vittima si è trasformata in giudice dei suoi carnefici...."

Il Quotidiano (28 aprile 1996)
SUBENDO VIOLENZE E SOGNANDO LA LIBERTA'
"...Atmosfera connotata di violenza e prevaricazione come elementi "raccontati", vissuti. Questi si rispecchiano nelle parole, emozionanti e che bucano dentro, grazie  all'ottima interpretazione di Antonella Carbone che è riuscita a rendere profondamente coinvolgente quello che è lo status delle donne vittime di soprusi.... Grande pulizia formale e disegno registico forte..."

Il Taglierino (18 maggio 1996)
LUTTI E SUGGESTIONI DEL TEATRO GRECO
"...Scene spoglie ma dense di considerevole potere evocativo, sono presentate ad un pubblico che deve estrarre dal buio le figure teatrali. L'impressione è che la musica, di fortissimo impatto, rappresenti la Guerra di Troia appena terminata e opprima fino a schiacciare le reduci del conflitto. L'attrice principale, Antonella Carbone, recita il testo, mentre le altre impiantano un translato commento di gesti, a metà tra la danza e la mimica, alle vicende narrate dalla protagonista. Bisogna riconoscere a questo allestimento una considerevole penetrazione della tragedia con i mezzi del teatro contemporaneo..."

IL VELO E LA SFIDA Tommaso Campanella e l’arte della dissimulazione onesta 1998

Teatro Rendano  (Giugno 1998)
IL VELO E LA SFIDA
"…Apre lo spettacolo un vecchio domenicano, pacato, dolce, stanco, il cui volto appare segnato da un invisibile passato, che riaffiora, prepotentemente, nello sguardo. La figura svanisce, dietro le sbarre asimmetriche di una segreta napoletana. Tommaso Campanella, un efficace Gianfranco Quero, invoca un lamento interrotto in un colloquio con due prigionieri che non vede. La storia procede, tra finzione e realtà, o meglio tra vero e verosimile… Una regia all'insegna della sobrietà, del sostenuto, del non eccessivo, persino nelle scene della tortura, quelle più a rischio, la misura ha preso il sopravvento, e questa scelta, a mio avviso, è la forza dello spettacolo…" (Luciana De Rose)

La Sila (Maggio/luglio 1998)
ACQUARIO, TEATRO DI RICERCA...STORICA
"…Le tante facce di un personaggio sempre attuale sono state "esposte", come in una galleria teatrale, nell'ultima produzione del Centro R.A.T. Teatro dell'Acquario. Il lavoro a firma di Enzo Costabile per la regia di Massimo Costabile ha condensato in pochi quadri i momenti centrali dell'esistenza del pensatore di Stilo - esilio, galera, tortura, follia - in stretta connessione con le matrici culturali ed ideologiche dell'autore di "La città del Sole" non senza aprire squarci sul Campanella "privato" specie nella sequenza dell'appassionato colloquio fra Tommaso(Gianfranco Quero) ed Eleonora (Antonella Carbone)…."  (Amedeo Furfaro)

Calabria  (Dicembre 1998)
CAMPANELLA IN SCENA CON IL TEATRO DELL'ACQUARIO
"Buio, su un corpo, su un'esistenza in chiaroscuro, ma che illumina i secoli, che la separano dalla contemporaneità; la vita, i segni, le idee soffocate nel carcere, la congiura del giusto, la lucida follia come necessaria autodifesa, metarappresentazione del vero. Il velo e la sfida. Il monaco, il pensatore che diventa monito per chi osserva dal nostro quotidiano vuoto di senso. La sfida di un autore che desidera riattualizzare attraverso il gioco della parola e del gesto, la figura fantasmatica di Campanella. Un primo piano sull'autore, giustificato dalle buone suggestioni dell'ordito linguistico. Un monologo traverso, il monaco di Stilo; secondo quadro, due celle nelle carceri di Napoli, il Seicento, la lucida follia osservata dai reclusi. Il monaco si sdoppia dinanzi ai due inquisitori. Quindi verso lo snodo che ti aspetti: dopo l'incontro con il contadino, l'irruzione docile dell'amore assoluto della suora - amante di Campanella; fino alla catastrofe della scena corale delle carceri, unico momento di doppio spaziale separato. Il pubblico gradisce il lavoro nella sua totalità. I chiaroscuri del velo e la sfida…" (Alessandro Russo)

Il Domani  (28/05/98)
L'ATTUALITA' DI CAMPANELLA
" Da un' intervista all'autore"
D: Da un punto di vista testuale, hai usato materiale storico e biografico sul monaco di Stilo o esiste anche una componente creativa e immaginaria? R: Credo che il testo sia assolutamente unico nel suo genere, finora non c'è mai stato un testo drammaturgico su Campanella che si muovesse su coordinate precise. La storia rappresentata è vera, ma i fatti e i diversi personaggi che appaiono in scena sono immaginari. Linguisticamente invece ho adoperato principalmente l'italiano contemporaneo con incursioni linquistiche nella lingua calabrese, napoletana, latino maccheronico. Un tentativo Gaddiano. D: Prendendo in considerazione l'intera vicenda campanelliana, credo che non si possa prescindere dal disagio e dalla difficoltà che allora come adesso riguarda una condizione subalterna meridionale. Vero? R: Campanella è stato il primo che ha fotografato la questione meridionale indicando le cause dei mali, in modo straordinario ha messo a fuoco tutte le contraddizioni meridionali. Probabilmente, l'odio e il sonno che continuano ad avvolgere il suo percorso intellettuale è anche una conseguenza della sua meridionalità. Questo fabbricante di sogni riassume tutti i pregi e i difetti di noi meridionali, dove i difetti sono comuni e i pregi invece eccezionali. (Michele Pingitore)

Gazzetta del Sud   (09/06/98)
CONTRO LA TIRANNIDE DELLA POLITICA
"…il tema della rappresentazione, forte fino alle viscere, ha rivisitato la vita del filosofo calabrese, riproponendo un concetto quanto mai attuale, la tirannide, soprattutto culturale e politica, si fa beffa della libertà dell'uomo. E' il caso di Campanella, scampato agli aguzzini con l'espediente della follia, ma costretto all'esilio dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. A rendere più viva la vicenda è stato il ruolo svolto da Gianfranco Quero, intrepido nel vestire i panni di Campanella. Con una pennellata di esemplare bravura ha recitato alla perfezione i tempi dettati dalla regia di Massimo Costabile, che ha messo a punto, insieme alla drammaturgia di Enzo Costabile, uno spettacolo di rara suggestione teatrale…" (S.S.)

Il Quotidiano  (31/05/98)
LA DUPLICE SCONFITTA DI TOMMASO
"…Un delirio maniacale e allucinato…Il tacito piegarsi alle torture…La resistenza al tribunale dell'infamia…Profeta folle, illuso e pazzo… …Tommaso sconta coraggiosamente il prezzo del suo sogno consapevole che per vincere tutto è necessario perdere tutto: tra le mura di una prigione, la sua innata "curiositas" non viene mai sopita e invoca a leggere sotto "la crosta delle cose", a considerare quante verità ci sono in ogni verità. "Il velo e la sfida" ricostruisce una vicenda umana prima che politica, con un montaggio cinematografico e una semplicità scenografica che ne esalta la recitazione e l'originalità della sceneggiatura."
(Giuliana Scura)

Il Domani  (31/05/98)
NELLA PRIGIONE DI TOMMASO CAMPANELLA
"…Il nuovo lavoro prodotto dal Centro R.A.T. è incentrato su alcune scene madri del percorso esistenziale e ideologico del monaco di Stilo: l'esilio in Francia, la prigionia, l'interrogatorio, le torture, la follia. Il blocco maggiore della messa in scena ha come ambientazione la prigione, una doppia gabbia scenografata dall'artista Salvatore Anelli, dove diverse scene si svolgono interamente dal di dentro e dal di fuori delle sbarre. Rispetto ai precedenti lavori teatrali di Massimo Costabile, questo nuovo lavoro è basato su un'impostazione di ricerca sulla prosa in maniera più tradizionale, sorretto da un testo compatto i cui dialoghi e la verbosità linquistica degli attori costituiscono l'asse portante dello spettacolo…" (Michele Pingitore)

La gazzetta del Sud  (28/05/98)
LA STORIA ESEMPLARE E UNICA DELL'"UOMO" DI STILO
"...ricomincia a scorrere sulle tavole dell'Acquario e riesce a ricreare -grazie alla miscela perfetta di un testo libero da pregiudizi e manie di qualsiasi tipo, e di una regia attenta a non disperdere e a valorizzare ognuna delle molteplici sotterranee e a volte imprendibili sfaccettature del personaggio, - tutti i passaggi essenziali di una vicenda che anni di indifferenza interessata e di colpevole oblio hanno contribuito a nascondere sotto le coltre pesanti di una polvere stratificata e vischiosa. Lo spettacolo procede attraverso la ricostruzione di tessere esemplari, scelte dall'autore e montate dal regista con ritmi e tecniche che ricordano quella della settima arte. Uno dopo l'altro, questi tasselli ridanno fisionomia al protagonista, e riportano a poco a pocO alla luce
fatti, circostanze e vicende di un'epoca a tinte forti , attraversata dai sussulti terribili ed anche sanguinolenti di un'epoca -il Cinque/Seicento…." (C.S.)

Il Quotidiano   (14/05/1999)
LA FOLLIA DEL SAGGIO CHE SI FINSE PAZZO
“… Il Velo e la Sfida ricostruisce una vicenda umana prima che politica, con un montaggio cinematografico e una semplicità scenografica che ne esalta la recitazione esemplare e l’originalità della sceneggiatura (di Enzo Costabile). Cadono, con un tonfo sordo, le sbarre della prigione… La speranza riecheggia ancora nelle parole finali :”Nel tuo carcere, Tommasi, ci stanno loro!”
(Giuliana Scura)

La Provincia Cosentina   (16 /05/1999)
L’UOMO CHE APRI’ LA GABBIA
“… ha mostrato venerdì sul palcoscenico del Teatro dell’Acquario, un filosofo stremato dalla lotta contro la chiusura intellettuale e culturale di un mondo che ha preferito l’Inquisizione alla verità, la persecuzione e la tortura all’ascolto… Sul palco i vari momenti della prigionia sono flashback da tecnica cinematografica, illuminato dal ricordo di un uomo stanco e vecchio, che si interroga sul senso della sua sfida… La follia è la verità del sognatore e Campanella diventa il simbolo di una calabresità che rifiuta l’essere passivi, che non accetta lo “status” e crede nel cambiamento…”(Simona Negrelli)

Teatro Rendano (Luglio 1998)
PER IL VELO E LA SFIDA. INSTALLAZIONE DI ANELLI
L'impianto scenico di Salvatore Anelli verte su pochi elementi cardini e tra questi la grata, che impietosamente separa ma non nasconde, perciò ancor più mortificante e crudele. La messa in scena si svolge in un'atmosfera densa e cupa che provoca, nello spettatore, un forte disagio accentuato dalle spaesanti architetture teatrali. Le sghembe pareti sono tappezzate da matrici tipografiche d'alluminio: palinsesti resi illeggibili attraverso ripetute cancellazioni nel momento stesso in cui si manifestano. Una improbabile scrivania, la sedia e i libri, sottoposti a bendaggi e ingessature nel tentativo di risanare immedicabili 'ferite', ci ricordano che della "storia esemplare" di un intellettuale stiamo parlando…. Anelli, sa bene che nel costruire uno spazio scenografico l'interazione con l'opera testuale e recitativa avviene solo a condizioni di evocare un'immagine, una storia, una situazione. Ma se evocare è "suggestione operata sulla memoria, sulla fantasia" allora lo spazio scenico non poteva che essere luogo dell'improbabile, della 'simulazione'. (Franco Flaccavento)

MEDEA (1999)

Teatro Rendano (Gennaio 2000
)
TRASFIGURAZIONI. LA MEDEA DEL CENTRO R.A.T.
"…particolarmente riuscito è stato l'adattamento messo in scena dal Centro R.A.T./Teatro dell'Acquario…Integrato e calibrato tra bianchi sulfurei e il rosso del sangue, Medea si accompagna tra incanti e trasfigurazioni… Medea compare e scompare in modo fantasmagorico… La coscienza di Medea è sdoppiata in due figure eteree…in modo suggestivo percorrono lo spazio scenico…arrampicandosi verticalmente o apparendo in modo lieve… Creonte e Giasone… figure solitarie marmoree…quasi logorati e spenti dalle loro stesse parole…
L'operazione per allestimento e regia , risulta uno dei lavori più interessanti di Massimo Costabile che riprende ed amplia al meglio alcune intuizioni già presenti in Maledetta…" (Michele Pingitore)

Calabria   (Febbraio 2001)
"LA MEDEA DI COSTABILE UNA DONNA DEL 2001"
...Il tema comune delle opere di Massimo Costabile è l'uomo, o la donna, al centro di un universo fatto di situazioni estreme: dolore, emarginazione, guerra, follia. L'essere umano in quanto tale, con i suoi difetti, le sue reazioni fortemente terrene e materiali di fronte alle circostanze avverse. L'esplosione. L'urlo finale. E via via tornano alla mente spettacoli come Ricostruzione di un delitto, Cani randagi, Edipo, accomunati da questo denominatore comune. Medea dunque si inserisce in questo filone, ed assolve il compito prefissato dal regista in bilico tra finzione e realtà...
Reietta, emarginata, sola, Medea vive - o ricorda, o immagina - gli avvenimenti con estrema lucidità. Ma tutto ruota sopra di lei. La scenografia si spiega su piani diversi. L'alto si contrappone al basso. L'aria alla terra. Il coro è sospeso a mezz'aria, si arrampica sul muro alla maniera del free climbing, o sollevato su una nuvola di tulle. Creonte e Giasone sbucano dall'alto, protetti da una cortina, ulteriore diaframma tra chi provoca il dolore e chi lo subisce......Il ruolo di Medea, interpretato da Antonella Carbone, metterebbe a dura prova qualunque attrice. Un monologo delirante che dura quasi un'ora, un soliloquio che non ha altro deuteragonista che la propria mente... (Luciana De Rose)

Il Quotidiano della Calabria 28/11/1999
GLI ABISSI DI MEDEA TRA SUONI IPNOTICI

…una nuova produzione del Centro R.A.T., una riscrittura - rilettura ad opera di Enzo Costabile, per la regia di Massimo Costabile, tutta incentrata sul delirio di dolore di Medea, e sugli abissi insondabili della sua personalità… La Medea proposta dal Centro R.A.T. è la rappresentazione di un incubo, l'incubo della donna esiliata, rinnegata e ripudiata dal proprio marito, autrice consapevole del martirio dei propri figli, e dunque perseguitata dai fantasmi che ella stessa ha prodotto. La sua lacerazione interiore , oltre che dalle parole è suggerita dai suoi stessi gesti… Un testo forte, dunque, che non dà tregua allo spettatore né tantomeno all'attrice che interpreta Medea, Antonella Carbone, bravissima e stremata alla fine dello spettacolo… (Laura Marano)

La Provincia Cosentina (07/12/1999)
FATICOSA MA RIUSCITA LA PROVA EURIPIDEA
…quello con il teatro classico era un appuntamento che il gruppo del Teatro dell'Acquario non poteva più procrastinare col risultato di una rappresentazione che, per molti versi, rappresenta un punto d'arrivo nelle produzioni della compagnia. …i testi di Enzo Costabile sono tesissimi: attraverso un vocabolario povero, ma continuamente variato, si ha un dispiegamento del dramma che non concede pause... L'attualizzazione del testo di Euripide si può dire perfettamente riuscita. La scelta dell'essensalizzazione è portata a realizzarsi da una macchina scenica funzionante e ben coordinata… (Paolo Aita)

Gazzetta del Sud (18/03/2001)
MODERNITÀ DI MEDEA
La Medea di Enzo Costabile, per la regia di Massimo Costabile, rivive in una dimensione onirica l'intero dramma che sta per compiersi. Un'intensa, accorata preghiera al fato, una veglia di dolore. Pur lasciando assolutamente intatto l'originale pathos della tragedia euripidiana, la destruttura per riconsegnarcela poi utilizzando una chiave di lettura che mette in ombra le tradizionali rappresentazioni fortemente intimistiche e/o psicanalitiche e punta più decisamente a far emergere una Medea "politica" seppur umanamente coinvolgente. (Marcello Gallo)

Il Quotidiano della Calabria (19 marzo 2001)
UNA MEDEA SUGGESTIVA E POTENTE
Per rappresentare gli indicibili tormenti di Medea è stata scelta la strada dell'evocazione, dell'allusione linguistica e gestuale, più che dell'azione scenica vera e propria. Ed è una strada di assoluta efficacia, che porterà la protagonista a viaggiare nel tempo e nella memoria, ripercorrendo la propria storia e riconoscendo infine la propria sconfitta…. "(Laura Marano)

La Provincia Cosentina (04 febbraio 2003)
LA MEDEA TOTALE DI ENZO COSTABILE
E' un pieno corporeo quello che realizza subito l'intensa Antonella Carbone che veste i panni laceri di Medea. Compressa e inchiodata su se stessa Medea è al centro della scena, alle sue spalle un'immensa parete bianca che lotta con il nero scenico. Nessuna dialogicità, la parola è essenzializzata in lampi di frasi che si accendono e si spengono, flash che rimbalzano nelle spire di un monologo-soliloquio fatto di delirio, gli occhi gravitano in alto a cercare luce nello scuro, che lascia indovinare il dualismo prospettico del dramma, intessuto di contrasti cromatici, tonali, spaziali, temporali…." (Antonietta Cozza)

Il Domani (04 febbraio 2003)
MEDEA, PER GELOSIA E INGIUSTIZIA
"La Medea, messa in scena dal Centro R.A.T., è passionale e intensa. Si svolge tutto in 60 minuti. La donna tradita (Medea, Antonella Carbone) è sempre al centro della scena che ascolta con sofferenza anche le ingiurie di Creonte e le parole dell'insensibile Giasone. La Medea di Costabile è dramma di ingiustizia e gelosia. Usa un linguaggio chiaro e diretto…" (Maria Gabriella Capparelli)

La Provincia Cosentina   (29 /11/1999)
MEDEA TRAGICA ED ERRANTE SULLA SCENA ALL'ACQUARIO
Basta la penombra e una figura di donna dai movimenti lenti, plastici, per percepire le lotte dell'anima. Per trovarsi in una dimensione temporale, unicamente psichica…in questa nuova versione del dramma di Medea…la donna simbolo della vendetta si sente vittima ma non l'accetta, vive tutta dei suoi pensieri, dei suoi ricordi incancellabili, che si sovrappongono in una tela fitta e che sembrano riempire l'intero spazio scenico. E il buio, rarefatto da qualche piccola luce, sembra avere uno spessore… Ma fin dall'inizio sembra già tutto deciso, già accaduto con Medea che avverte come inevitabile una fine tragica, con la donna che ormai tutti vogliono allontanare, separata anche fisicamente dal resto del mondo da un pannello ricoperto di bende che nella bellissima installazione scenica di Salvatore Anelli, lasciano pensare a un urlo di dolore soffocato e a un sacrificio umano… Nel deserto che ha creato intorno a sé, Medea invoca invano l'oblio. E' la memoria la sua sconfitta. (Simona Negrelli)

Il Domani (4 dicembre 1999)
"MEDEA" IL CONFINE SOTTILE FRA REALTA' E IMMAGINAZIONE
…sulla scena si vedono piuttosto che gli eventi veri e propri, le proiezioni dei pensieri, dei sogni allucinati di Medea…più che con il fatto concreto della morte la donna si vendica, facendo rievocare quell'evento atroce nella mente di chi intende punire…Creonte è costretto a raccontare la visione della figlia Creusa che muore divorata dalle fiamme…Giasone deve invece rievocare la morte dei suoi figli… molto interessante è infine l'impianto scenografico, una grande parete di bende bianche sulle quali aggrappandosi, va e viene il coro. Un coro che costituisce in realtà un alter-ego di Medea…sono i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure, la sua disperazione… (Francesco Mollo)

QuiCalabria (30 Luglio 2007)
LA TRAGEDIA DI MEDEA
Uno spettacolo fortemente espressivo, carico di pathos e violentemente drammatico. Antonella Carbone/Medea è riuscita a dare al personaggio una grande carica emotiva, esprimendo l’angoscia di una donna desiderosa di abbandonare se stessa, martoriata dalla colpa che ha commesso. (Marco Papasidero)

ANTIGONE 2002

La Provincia Cosentina
16 dicembre 2003
L'URLO DI ANTIGONE. LA FEMMINA E IL TIRANNO
Si apre la scena, si ergono colonne come disumani giganti, a lato un trono vuoto circondato da sangue. Toni scurissimi. Vento che turba e scompiglia Antigone - Antonella Carbone- velata di un velo rosso sangue. È tragedia nell'aria e si sente a pelle e di più si vede nel corpo teso della donna fatta pietra da un dolore macigno. La morte dei suoi due fratelli è avvenuta oltre le mura di Tebe. Eteocle e Polinice si sono dati la morte, il loro sangue si è fuso nell'ultimo sospiro a scontare una condanna che si perde in un tempo lontano ma si propaga quale veleno da generazione in generazione. È Antigone che si accende di tanto soffrire e si contorce a raccontarlo, sola, in scena; gli occhi spersi e senz'anima, le membra contratte, la gola arsa, la mente sfiancata.
(Antonietta Cozza)

Mezzogiorno Economico
Dicembre 2002 - Gennaio 2003
Il "mito di Antigone" al Teatro dell'acquario
Arte, teatro e società entrano in scena.
Al loro interno prende forma il dramma familiare di Antigone (interpretata con mirabile forza introspettiva da Antonella Carbone), sorella menomata dalla sepoltura di uno dei suoi due fratelli, Polinice, privato dagli onori funerari per volontà di Creonte (Gennaro Clausi)

Il Quotidiano della Calabria
17 novembre 2002
L'ANTIGONE VA IN SCENA ALL'ACQUARIO
L'eroina del sacrificio interpretata dalla debordante energia drammatica di Antonella Carbone, ci rappresenta l'interezza di chi non perde di vista, neppure nel più irreale dei destini, la dignità dell'essere umano… ( Pierpaolo Pastore)

Gazzetta del Sud
20 novembre 2002
L'ATTUALITA' DI ANTIGONE
Di grande efficace l'interpretazione di Antonella Carbone nei panni, certamente non facili, della figlia di Edipo. Attrice non nuova, peraltro,al "tu per tu" con le protagoniste - regine del teatro drammatico greco. (e.c.)

The weekly Babs
WebMagazine di informazione indipendente
23 dicembre 2002
LA TRAGEDIA INATTUALE DEL CENTRO R.A.T.
Ci troviamo davanti ad un teatro che ha il suo punto di forza nella recitazione e che, come tale, non può lasciarsi proteggere da effetti visivi o colpi di scena spettacolari. La sua dimensione ideale è quella dell'equilibrio, della costituzione di un prezioso equilibrio fra testo, scena e pubblico. (Vincenza Costantino)

Il Quotidiano della Calabria
17 dicembre 2003
IL DRAMMA ETERNO DI ANTIGONE
L’idea del lutto e del sangue sono scolpite nel velo rosso che copre tutta la figura di Antigone (Antonella Carbone), che già troviamo disperata e piena di rabbia perché il potere non le consente di lenire il dolore della perdita, piangendo su una tomba. (Simona Negrelli)

 

L'AVARO2003

Il Quotidiano (25/08/03)
"L'AVARO" DI MOLIERE NELLA VERSIONE DEL CENTRO R.A.T.

Una messa in scena de "L'avaro" collocata locata al di fuori del tempo, per sottolineare i difetti dell'uomo, indipendentemente dal momento storico in cui lo ha "fotografato" Molière... Un adattamento che, in circa un'ora e mezzo di spettacolo, offre tutta la gamma di sentimenti e pulsioni dell'animo, prendendo a pretesto la storia del vecchio Arpagone, dei suoi figli Elisa e Cleante e della girandola di umanità che gli ruota intorno per far sorridere e ridere dell'avidità e dei suoi meccanismi di annebbiamento. Un turbinio di amori, rancori, paure, gelosie, affidati alla capace interpretazione di attori tutti a proprio agio nella parte... (Anita Frugiuele)

La Provincia Cosentina  (08/09/03)
AVARO, MA SIMPATICO

Il Festival delle Serre inaugura la sezione dedicata al Teatro.

Una vera e propria attrazione l’ha creata il teatro ove nessuna sedia è rimasta vuota e gli attori hanno letteralmente soddisfatto le attese del pubblico. Gli interpreti hanno dato davvero il massimo di sé da grandi artisti quali sono…Gianfranco Quero ha interpretato il personaggio di Arpagone, lungo tutta una serie di efficaci quanto applauditissime mimiche, sapientemente calibrate a misura dell’animo dell’avaro…
Una rappresentazione tragicomica di un Molière sapientemente interiorizzato dagli interpreti del Centro R.A.T. di Cosenza , dietro gli adattamenti e la regia di Massimo Costabile.   (Luigi Guido)

La Provincia Cosentina (02/12/03)
IL FRENETICO GIROTONDO DELL'AVARO

"... le scene corrono tutte assai rapide, quasi assordanti, somiglianto a degli sketchs cinematografici e creano un effetto circolare come una sorta di cappio che va a stringersi attorno al collo di Arpagone causa ed effetto del tutto.
Tiene bene l'adattamento di Costabile nel riuscire a rendere la confusionarietà attraverso un sapiente miscuglio di sagacia e pungente ironia che ha sempre un bifrontismo dato dall'affermare una cosa che è l'esatto contrario di se stessa. Doppi registri, scambi di ruoli, metamorfosi di situazioni, lazzi e imbrogli catapultano lo spettatore in un oltre surreale, disordinato quanto interessante. E' il groviglio - che poi è pari pari alla realtà del mondo - il vero protagonista... (Antonietta Cozza)

Il Domani    18/01/04
IL TRAGICOMICO ARPAGONE

...L’adattamento di Massimo Costabile - che firma pure la regia è garanzia di una messinscena intensa ed originale, intelligentemente modulata sui toni di una comicità pungente ed amara. Per concezione e per realizzazione questo "Avaro" targato R.A.T. si presenta in definitiva come uno spettacolo moderno che, anche grazie ad un cast di ottimi interpreti -a cominciare da quel Gianfranco Quero attore assai conosciuto a Castrovillari e che ben incarna un teatro fatto di studio e rigore -, cerca di restituire al pubblico tutta la verve del grande drammaturgo francese.

 

 

JENIN. Incubi di guerra 2004/2013

Mediapolitika
22 aprile 2013
Jenin. Incubi di guerra, in scena al Piccolo Teatro dell'UNICAL
"...Più che raccontare la storia di una donna, lo spettacolo opera un'intensa introspezione umana ed emotiva sulla figura di una donna disperata, sola, vittima "simbolica" e non casuale di tutte le guerre. Alla pura narrazione il testo preferisce il racconto mediato dal sogno, che inevitabilmente diventa incubo.La memoria annebbiata da orribili visioni rincorre la realtà, distorcendone la percezione e portando alla follia. Il tono, volutamente uniforme e ossessivo, trasmette efficacemente quel senso di angoscia che solo l'oppressione e la violenza riescono a provocare. Ciò che emerge è anche lo spaventoso smarrimento del sè e il difficile adattamento all'identità ereditata dall'esperienza di guerra...) (Fabio Grandinetti)

Il Giornale di Calabria
23 aprile 2013
Jenin, un dramma convincente per grande potenza espressiva
"...I cinquanta minuti di rappresentazione manifestano un urlo, quella di una donna tra le macerie, come tante, nel medio oriente, in Africa, nei territori depredati dall'identità. Un urlo di dolore, di denuncia, di morte. Una voce corale, triste bandiera popolare.Tra gli spettri di una città cancellata e quelli interiori che riaffiorano materializzati nella solitudine. Di trovarsi di fronte il nulla, i resti di edifici disossati, polvere come fosse neve che copre la strada, il sangue sui muri, scarpe di bambini tra la cenere, bambole mozze. Tutto questo raffigurato scenograficamente sul palco. Grembo gravido di materia sensibile....
....Il resto consegnato alla potenza espressiva del viscerale incarnato dalla Carbone , a suo agio nel drammatico, immedesimata quasi fosse una sua urgenza di dare voce a lacerazioni interiori...." (Emilio Nigro)

La Provincia Cosentina
9 novembre 2004
INCUBI DI GUERRA. E' il teatro o la realtà?
Jenin. Incubi di guerra. In una macchina scenica impeccabile Antonella Carbone ha detto al pubblico del Teatro dell'Acquario cos'è la guerra e il suo dolore. Massimo Costabile progettista e regista ha verosimilmente voluto ricordare al pubblico l'esistenza di un'ipotesi di morte...
...Uno spettacolo tecnicamente perfetto ha fatto da corollario ad un testo non esclusivo, tuttavia magistralmente tessuto e poi recitato con enorme efficacia evocativa: da brani dalle opere di Euripide, Ghada Samman e Tahar Ben Jelloun.
(Luigi Guido)

Gazzetta del Sud
9 novembre 2004
L'INCUBO DELLA GUERRA
Monologo di Antonella Carbone al Teatro dell'Acquario "Jenin. Incubi di guerra" progettato e diretto da Massimo Costabile è un profondo urlo di costrizione, che si erge dalle macerie storiche d'ogni sopraffazione, abuso, oppressione, cui è sottoposta l'umanità donna. Antonella Carbone è protagonista di un intenso monologo che rende bene la dimensione dell'incubo di una tragedia assolutamente contemporanea ma dalla presenza antica e continuata. La guerra raccontata nelle parole di una lunga suite di uno spasimo che non ha più la forza di cercare ragione e che diventa orrore, anzi l'Orrore...
(Marcello Gallo)

Edizione della Sera
9 novembre 2004
JENIN, DOLORE E INCUBI
Il sapiente riadattamento del regista Massimo Costabile di tre testi sull'argomento, vede sul palco una Antonella Carbone in splendida forma. Capace di trasmettere emozioni e sentimenti, quasi come se in mezzo ai bombardamenti di Beirut e agli spari dei cecchini ci fossimo anche noi. Lo spettacolo si sviluppa in un crescendo vorticoso che porta alla luce uno ad uno gli incubi di Jenin... (Barbara Costabile)

Il Quotidiano della Calabria
22 luglio 2004
IN SCENA JENIN E I SUOI INCUBI
Una manata di vernice rosso sangue spalmata ad inizio spettacolo su una specie di "muro del pianto universale" che incombe su tutto: fa ombra sull'esistenza della protagonista (Antonella Carbone), che "sanguina dal di dentro" tra campi coltivati a fucili" e racconti di disgrazie e miserie introdotte da bladerunneriani "ho visto"... (EugenioFuria)

EMIGRANTI 2006/2010

TEATRO.ORG (15/01/2010)
MEMORIE DEL SOTTOSCALA
"Poetica e deprimente l’aliena ed alienata quotidianità degli emigranti, tutta consumata sul crinale sghembo di una precarietà senza riscatto, quotidianità di stenti, di violenze e di amori che, inattesi, si sognano o si incontrano nei decomposti buffet della stazione o nei pressi di quei totem di plastica ed acciaio senza più vita e senza più futuro che sono le cabine telefoniche, archeologia penosa dell’altrieri, monumento disperato a un mondo che ha ormai cambiato pelle.La cruda e malinconica pièce del drammaturgo polacco Slawomir Mrozek, egregiamente interpretata da Luigi Iacuzio e Marco Silani e diretta dalla calibratissima regia di Massimo Costabile, da un lato ci narra la storia della convivenza coatta e miseranda di due esistenze alla deriva nel caotico melting pot dei nostri tempi, dall’altro ci restituisce l’immagine squallida ed atroce di una condizione esistenziale ben precisa, quella dello straniero sradicato, braccato dal sistema e dalla fame,...." (Claudio Finelli )

MEDIA XPRESS (20/01/2010)
SOLITUDINE DI EMIGRANTI

"...Si amando e si odiano, litigano e fanno la pace, condividono l’ansia di chi è stato sradicato dalla propria terra e la malinconia di chi sa che il domani non sarà migliore, la loro amicizia-ostilità se ne sta tesa su di un debole filo. Lontani dalle loro famiglie, si perdono in discorsi di libertà, ipotizzando un mondo senza schiavi. Utopie alcool e sigarette a far loro compagnia la notte in cui tutti brindano. Ad un emigrante però non è dato di festeggiare, solo di ricordare. Bravi i due interpreti che tengono alto il ritmo della rappresentazione variando abilmente il registro tra il comico e il drammatico."
( Francesca Bianco)

LA PROVINCIA COSENTINA (28/05/2006)
EMIGRANTI. ALL'ACQUARIO L'OPERA DI MROZEK

"...Un lavoro costruito sulla parola, sui dialoghi, sulle sfumature semantiche, sulla metatestualità. Uno spettacolo complesso per le tante e continue inferenze che attraversano il campo della storia, della politica, dell'esistenziale. dell'umano e portano dritto fino al cuore dell'individuo.
Il campo scenico è essenziale, fatiscente, inumano: un sottoscala, due brandine putride, un tavolaccio con due sedie, un paravanto a celare una sorta di cucina, due valigie cartonate sotto le brande. Dentro a questo rettangolo. attraversato da tubi che, pari a "trippe", riportano amplificati i vocii dei piani alti immersi nella musica suadente di fine anno, vi stanno letteralmente immersi due uomini, sprofondati in una sorta di abisso senza ritorno. Luogo senza aria, senza luce, senza dio: è come stare al centro della terra: in un Inferno rovente...." (Antonietta Cozza)

LA PROVINCIA COSENTINA (30/01/2007)
All'Acquario Luigi Iacuzio e Marco Silani

...Vivono in uno scantinato squallido, due brande, un lavandino e un fornello nella scenografia di Salvatore Anelli, isolati da un mondo del quale sentono solo i suoni e i rumori provenienti dalle tubazioni. La notte di Capodanno (o forse la vigilia di Natale) i due uomini, che condividono povertà e solitudine, si troveranno a condividere anche la malinconia di chi ha perso le proprie radici e la consapevolezza che la loro vita non potrà mai migliorare. Attraverso dialoghi serrati, che a momenti sconfinano nell’assurdo e nel grottesco, scopriamo che i due uomini, apparentemente così diversi, sono le due facce di una stessa medaglia: entrambi sono vittime di sé stessi e del loro disagio esistenziale.... ( Franca Ferrami)

CALABRIA ORA (31/01/2007)
L'ACQUARIO PARTE CON IL PIEDE GIUSTO
CON "EMIGRANTI" DECOLLA LA STAGIONE

"...Ottima. appropriate e precisa la recitazione di Luigi Iacuzio, l'intellettuale, e Marco silani, l'operaio, che riescono benissimo a superare la fatica, mentale e fisica, di variare continuamente i registri fra il comico e il drammatico, potendo esprimere la loro creatività in quanto liberati dall'attenzione per l'occupazione degli spazi di azione e interazione, fisica e fonetica, dalla perfetta regia di Massimo Costabile. La sintesi di tutto ciò è una rappresentazione congrua in cui lo spettatore riuscirebbe a capire cosa accade sia guardando la scena senza ascoltare, che ascoltando la piéce senza guardare. (Carmelo Giordano)

IL MALATO IMMAGINARIO 2008

Il Gazzettino di Tropeaedintorni (23/08/2009)
Capo Arte 2009
Successo per Il malato immaginario
stracolmo in ogni ordine di posto

Nella suggestiva cornice del teatro torre Marrana sito nella frazione Brivadi, per l’occasione stracolmo in ogni ordine di posto, è andato in scena il 17 agosto scorso un capolavoro del repertorio classico, ovvero il Malato Immaginario di Molière, per la regia di Massimo Costabile. A rappresentarlo sul palco del suggestivo teatro ricadese sono stati gli attori Marco Silani, Antonella Carbone, Carla Serino, Chiara Colangelo, Andrea Solano, Iole Bozzarello, Carmelo Giordano, Achille Veltri, tutti componenti della Compagnia Teatrale Lalineasottile. Una commedia ricca di spunti comici e spassose trovate, una serata che alla fine ha registrato molti visi soddisfatti e i complimenti di tutti gli spettatori convenuti, più di cinquecento, ai protagonisti ed agli organizzatori di Capo Arte teatro  (Alessandro Vitali)

Il Quotidiano (20/08/2009)
Il malato Immaginario in scena a Monasterace
"...Dopo il successo del 17 agosto a Ricadi, il Malato Immaginario allestito dalla Compagnia Lalineasottile fa tappa stasera a Monasterace, all'interno del Magna Graecia Teatro Festival.... Uno spettacolo dalla comicità pungente e amara, una messa in scena moderna, che non tradisce lo spirito del testo."

La Scuola dei Classici 3- 1500 ragazzi a teatro!
Con la presenza di più di mille e cinquecento studenti degli istituti scolastici di Cosenza e Provincia, si conclude sabato 27 la terza rassegna di teatro “La Scuola dei Classici”, manifestazione che conferma per il terzo anno consecutivo successo di gradimento e di pubblico. Ideata e diretta da Mario Massaro e Natale Filice dell’Associazione “Porta Cenere”, Più istituzioni coinvolte e partecipative, più offerta didattico-formativa degli spettacoli, più produzioni: dal Malato Immaginario di Molière, con la collaborazione della compagnia Lalineasottile, che ha riempito in ogni ordine di posto il Cinema Teatro Italia di Cosenza, riscuotendo divertimento e successo grazie alla sapiente regia di Massimo Costabile,
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TEREZIN. Le farfalle non volano qui 2008

Calabria ora (04/02/2011)
Una rappresentazione per riflettere
Lo spettacolo, tenuto nel teatro della scuola di Pizzoni, ha avuto come unica attrice protagonista Antonella Carbone, la quale ha narrato e interpretato in maniera molto struggente ed appassionata alcune delle poesie provenienti dal ghetto di Terezin mentre venivano proiettati i disegni ritrovati del luogo di detenzione. Nell’ultima parte della rappresentazione, l’attrice ha ricordato a tutti con un monologo le attuali guerre nel mondo, supportata dalle foto dei bambini vittime dei conflitti scoppiati in Israele, Palestina e così via. (Salvatore Donato)

Gazzetta del Sud (22/01/2011)
LE FARFALLE VOLERANNO ANCORA NELL'INFERNO DI TEREZIN ?
Teatro e narrazione per raccontare la storia del lager di Terezin, dove i bambini lasciarono le loro testimonianze con disegni, poesie, opere con le quali hanno comunicato al mondo i loro sentimenti, le paure, il terrore, la rabbia, l'angoscia, l'ansia, le speranze, i sogni dei loro ultimi giorni

La Provincia Cosentina (04/02/2008)
DISEGNI PER SPERARE
Antonella Carbone, sola in scena, con l'ausilio di qualche oggetto,e di immagini video, ripercorre le sofferenze, le paure, la solitudine provata dai 15.000 presenti nel campo di concentramento di Terezin , dei quali solo un centinaio riuscì a sopravvivere.
Il regista Massimo Costabile, prima dell'inizio dello spettacolo, ne ha fatto una breve presentazione invitando i giovani presenti a riflettete su un tema così delicato che ancora, dopo tanti anni, continua a destare orrore

La Toscano-Erodoto celebra la Giornata della Memoria
Con suoni ed immagini toccanti, con una semplice scenografia , lo spettacolo è stato apprezzato molto dai ragazzi che hanno assistito in silenzio, in maniera composta, coinvolti emotivamente e molto partecipi, essendo stati già istruiti sulla triste storia dai loro insegnanti.
Scopo della manifestazione è stato anche di tenere sempre vivo il ricordo di quei tragici momenti, di insegnare ai ragazzi la tolleranza e il rispetto del diverso. Di insegnare ad amare.
Alla fine i ragazzi incuriositi hanno fatto spontaneamente diverse domande all’attrice, sia riguardo lo spettacolo che riguardo la narrazione.

da Informazione periodico di informazione e cultura degli Alunni dell'Istituto Professionale per l'Industria e l'Artigianato "L. Da Vinci" di Castrovillari
Il teatro della Memoria
Non capita tutti i giorni di andare a teatro. La Giornata della Memoria vissuta con la mia classe, mi ha regalato questa gioia. La rappresentazione "Terezin. Le farfalle non volano qui", interpretata dalla bravissima attrice calabrese Antonella Carbone mi ha molto colpita. Credo che abbia toccato l'animo di tutti i ragazzi. E' riuscita a farci entrare nel passato e a farcelo vivere appassionatamente... Penso che il linguaggio teatrale sia molto adatto a comu­nicare sentimenti forti, emozioni profonde, commozione che gli altri linguaggi non riescono a trasmettere.Questa per me è stata la prima esperienza teatrale vissuta ed è ri­uscita a farmi capire il vero signi­ficato della Shoah. (Drisla Maloku 2 B Odontotecnico)
L'attrice Antonella Carbone ha interpretato la storia di una bambina ebrea internata nel campo di con­centramento di Terezin. L'attrice, bravissima, con un linguaggio molto coinvolgente e l'uso di appropriati oggetti è riuscita a catturare la no­stra attenzione facendoci entrare nella storia rappresentata. Abbiamo provato una grande emozione, ci siamo commossi fino alle lacrime, noi che di solito non andiamo molto d'accordo con la storia.
(Ilaria Abbenante - 1A Odontotecnico)

 

Giornata della Memoria: "Le farfalle non volano qui"

Questo spettacolo, più che uno spettacolo un monologo, accompagnato da immagini, musiche e ru­mori tipici della deportazione e dei campi di concentramento, racconta di una donna che quando era solo una bambina fu portata in un campo di concentramento: a Terezin.Lo spettacolo è stato ecceziona­le, pieno di emozioni. L'attrice ha saputo raccontare e trasmettere le sensazioni di dolore, di malinconia, di sofferenza, di paura anche a noiragazzi, quasi come se fossimo tor­nati indietro nel tempo.La parte che mi ha particolar­mente colpito è stato il finale che ci ha mostrato il video di moltissimi bambini che ancora oggi nel mon­do soffrono a cause delle numerose guerre. (Mariana Orlando )

ECUBA (2008)

Magna Graecia Teatro "Ecuba"da "Ecuba" e "Troiane" di Euripide con Antonella Carbone. Regia Massimo Costabile - Compagnia Teatrale Lalineasottile 18/08/2008 21:00
Palmi Teatro all'aperto

LA REPUBBLICA - Napoli (08/08/08)
Da domani la rassegna "Filosofi interrogano i filosofi" sull´acropoli dell´antica Elea-Velia ad Ascea
Nella seconda parte del cartellone, invece, dal 20 al 27 agosto, spazio al teatro greco e romano con opere tratte da Euripide, Sofocle e Cicerone e allestite dalle compagnie teatrali Lalineasottile (lo spettacolo "Ecuba"), la Bottega del Pane di Roma ("Contro Catilina - Attentato allo Stato"), il Teatro Popolare Salernitano ("Elettra").


VELIA TEATRO

Giunge quest'anno alla sua XI edizione Velia Teatro che si propone come una delle più prestigiose e attese rassegne a livello internazionale di teatro antico. Il 20 agosto Ecuba di Euripide, realizzata dalla Compagnia teatrale Lalineasottile, Direttore Artistico Massimo Costabile

Lalineasottile a Palmi con "Ecuba"
Prodotto per Magna Graecia Teatro festival, Lalineasottile questa sera è di scena a Palmi con lo spettacolo "Ecuba". La regia è di Massimo Costabile; protagonista Antonella Carbone

 

ECUBA

Estratti dalla Rassegna Stampa

 

Guadavalle Web (da Il Quotidiano)
26/08/08

A monasterace: ECUBA.
Spettacolo della Compagnia Lalineasottile per il Magna Graecia Festival

Magna Graecia teatro all’atto conclusivo per quanto riguarda le serate monasteracesi. Infatti l’Ecuba segna la quarta e ultima tappa dell’importantissima manifestazione teatrale che rappresenta il fiore all’occhiello del panorama estivo regionale.
Una storia straziante ricostruita alla perfezione dal regista Massimo Costabile e dalla compagnia teatrale Lalineasottile con attori quali Antonella Carbone, Chiara Colangelo, Francesco Cutrupi e la danzatrice Vanessa Costabile. Un cast molto ben amalgamato che è riuscito in pieno nell’intento di dare emozioni al numeroso pubblico che ha invaso il giardino del museo Antiquarium di Monasterace.... (vi. ra.)

Cinemavvenire
26/08/08

Magna Graecia Teatro
…le urla, gli strepiti, il dolore di Ecuba e delle donne troiane, figura di tutte le donne alle quali è stato violentemente strappato l’affetto della famiglia, riecheggiano ancora una volta grazie alla compagnia teatrale Lalineasottile ed al loro Ecuba... ( Katia Rosi)

Il Quotidiano
06/09/08

Ecuba rivive a Castrolibero

Ecuba si avvia alla sua quarta replica. Non ci vuole molto a capire che quella che ha dato molta soddisfazione è stata quella del festival di Velia, in provincia di Salerno, una manifestazione "che abbiamo saputo conquistare anni fa quando proponemmo la Medea di Enzo Costabile. Palmi, Mo-nasterace (due tappe per la rassegna Magna Grecia Teatro) e, lunedì, Castrolibero le altre date. Com'è questa Ecuba - che avrà il volto di Antonella Carbone - ? "E' il momento conclusivo di un percorso che la nostra compagnia ha intrapreso qualche anno fa sulla figura della donna nella tragedia greca. Abbiamo iniziato con Medea, poi le Antigone per arrivare, appunto, alla regina di Troia, che vive il dramma di essere la sovrana di un popolo vinto, di una regina senza più patria e una madre senza più figli.
La prima parte dello spettacolo è un riadattamento delle Troiane "per potenziare la figura di Ecuba" spiega Costabile che ha sostituito il coro - nel senso classico del termine - con dei lamenti tradotti in dialetto calabrese che accompagneranno la protagonista dal dolore alla vendetta"......


Appuntamenti e Spettacoli

“Ecuba”, ultima produzione teatrale della Compagnia Teatrale Lalineasottile di Castrolibero, diretta da Massimo Costabile, dopo le repliche effettuate all'interno del Magna Graecia Teatro Festival ( Palmi e Monasterace), e all’interno del Festival VeliaTeatro ad Ascea in provincia di Salerno, sarà rappresentato lunedì8 settembre all’Anfiteatro comunale “V. Tieri” di Castrolibero

ECUBA da "Ecuba" e "Le Troiane" di Euripide. produzione Compagnia Lalineasottile. Monasterace (RC). ore 21.45 - Antica Kaulon MAGNA GRAECIA TEATRO FESTIVALlaboratorio contemporaneo permanente sul mito.


"Ecuba" all´Anfiteatro comunale Tieri di Castrolibero

Ecuba rivive a Castrolibero.
Riapre i battenti l'anfiteatro "Vincenzo Tieri" di Castrolibero. Lunedì sera alle 21, infatti, andrà in scena "Ecuba" di Euripide a cura della compagnia "Lalineasottile"